A #NeverlandOF per il Ragazzo del risciò

Foto courtesy of NCPA Beijing

Il 4 Ottobre all’Opera di Firenze è andata in scena Il ragazzo del risciò, un melodramma interamente concepito e prodotto dal prestigioso National Center for the Performing Arts (NCPA) di Beijing. Dal 2008, anno della sua nascita, l’NCPA ha attratto moltissimi talenti occidentali, e ad oggi ha prodotto oltre 40 opere, tra cui molti classici della tradizione operistica europea: dal Flauto Magico al Nabucco, da Madama Butterfly al Barbiere di Siviglia. Tra queste ben 5 sono le opere direttamente commissionate dall’NCPA, l’ultima in ordine di tempo è proprio Il Ragazzo del Risciò.

Il poster del Ragazzo del Risciò che ha chiuso la sua tournè italiana all'Opera di Firenze

Il poster del Ragazzo del Risciò che ha chiuso la sua tournè italiana all’Opera di Firenze

 

Il Ragazzo del risciò è un’opera scritta da Guo Wenjing, un compositore contemporaneo che si è formato proprio al conservatorio di Beijing e ha lavorato prevalentemente in Cina. Parlando del Ragazzo del risciò  Guo Wenjing ha dichiarato più volte che l’intento era quello di integrare la tradizione dell’opera occidentale con alcuni elementi della cultura musicale cinese. E quale miglior soggetto se non Il ragazzo del risciò? Infatti il libretto si basa sul romanzo omonimo di Lao She, considerato un classico della letteratura cinese e tradotto in moltissimi paesi.

Il ragazzo del risciò, Xiangzi interpretato dal Han Peng

Il ragazzo del risciò, il protagonista Xiangzi interpretato dal Han Peng
Foto courtesy of NCPA Beijing

La storia è ambientata a Beijing, negli anni ’20: la città è rappresentata benissimo grazie al scenografie realistiche e molto raffinate; inoltre l’uso quasi “cinematografico” delle luci proietta lo spettatore in un’atmosfera da foto d’epoca.

Il protagonista è Xiangzi, un giovane tiratore di risciò che ha appena realizzato il suo unico sogno: acquistare un mezzo tutto suo per non dover dare tutti i sui magri guadagni al proprietario della rimessa che affitta i risciò ai portatori. Nonostante il suo nome significhi “Fortunato”, il destino sembra accanirsi su Xiangzi, che a causa della guerra perde il suo nuovo risciò. Subito dopo si fa sedurre e imbrogliare dalla figlia del padrone della rimessa dove è costretto a lavorare, e suo malgrado è costretto a sposarla. Come in ogni melodramma che si rispetti, morti e sciagure sono dietro l’angolo (così come continue perdite di risciò).

Il ragazzo del risciò foto courtesy of NCPA Beijing

Il ragazzo del risciò: il funerale di Huniu, dove domina il colore bianco (colore del lutto per la cultura cinese). Foto courtesy of NCPA Beijing.

Dopo ogni disgrazia Xiangzi prova a rialzare la testa, ma ogni volta perde tutto, fino a quando stremato si arrende alla disperazione. Insomma, la sfortuna avrà la meglio, nonostante il protagonista sia fortunato di nome e forte come un cammello. Infatti “cammello fortunato ” è più o meno la traduzione del titolo originale del romanzo, Luotuo Xiangzi, il che spiega i numerosi riferimenti al cammello disseminati nel libretto, mentre il suo titolo italiano proviene dalla prima traduzione inglese Rickshaw Boy.

Attorno a Xiangzi si muovono personaggi avidi e disonesti, oppure troppo poveri per potersi permettere anche solo il sogno di una vita migliore. Sullo sfondo sempre la città: in fondo è l’antica Beijing la vera protagonista, insieme al suo popolo (rappresentato da un coro straordinario), un atto d’amore da parte di Lao She che qui visse la maggior parte della sua vita. Tra i temi principali c’è sicuramente il tramonto del vecchio regime, con le sue iniquità, ma anche una condanna, nemmeno tanto velata, all’egoismo di chi vive solo per sè stesso inseguendo l’accumulo di denaro e non il bene comune.

Io sono stata tra i fortunati selezionati per assistere alla prima fiorentina all’interno del palco riservato all’iniziativa #NeverlandOF (vi ricordate? Ho parlato di questo progetto la scorsa stagione) e se siete curiosi qui troverete lo Storify della serata.

Fin da quando ho vinto un tweet-seat per Il ragazzo del risciò sono stata molto curiosa. Infatti in passato avevo assistito a spettacoli di opera tradizionale cinese – ad esempio l’opera Kun, che per uno spettatore non cinese può risultare affascinante ma oggettivamente difficile – e non immaginavo come questo tipo di opere si potessero fondere con la tradizione occidentale.

Da questo punto di vista devo dire che – forse per non allontanare un pubblico occidentale? – l’integrazione è molto (molto) sfumata: in effetti nonostante l’uso di alcuni strumenti che al nostro orecchio possono risultare “esotici” e l’inserimento di alcune sonorità tipicamente orientali, l’impianto dell’opera è ricalcato fedelmente sul modello europeo. Alcuni passaggi sembrano addirittura perfetti per una colonna sonora e in generale sotto molti aspetti la messa in scena strizza l’occhio al cinema – nel palco di Neverland più di uno spetattore ha pensato a film come Lanterne rosse. Forse anche per questo il risultato è molto gradevole. Inoltre il linguaggio del libretto è semplice – per rispecchiare l’origine popolare dei personaggi e lo stile del romanzo di Lao She – e di conseguenza è facile seguire lo svolgimento della storia grazie ai sovratitoli. Insomma, pensavo a qualcosa di più difficile e invece sono rimasta piacevolmente stupita. Last but not least in questo contesto si apprezza alla perfezione la musicalità della lingua cinese.

il ragazzo del risciò

Il ragazzo del risciò: la scenografia riproduce sullo sfondo gli edifici della vecchia Beijing, ancora intatta negli anni ’20.
Foto courtesy of NCPA Beijing.

Ma si sa, io non sono esperta di musica né tantomeno di opera, quindi lascio a chi è più preparato di me i commenti sulle questioni tecniche. Invece da sempre mi occupo di cultura e in particolare mi incuriosisce sempre l’incontro tra differenti culture. Per questo dal mio punto di vista Il ragazzo del risciò è interessante soprattutto perchè rappresenta un po’ un cortocircuito culturale: una storia che fa parte dell’immaginario cinese – vista la popolarità del libro di Lao She – costruita però sfruttando l’immaginario occidentale, e lasciando da parte l’esotismo. Un po’ come un gioco di specchi in cui no sai bene chi stai guardando. Il tutto costruito con grande professionalità e portato avanti da una macchina organizzativa perfetta.

L’altro aspetto interessante, in questo senso, è stato vedere tanti cinesi e italo-cinesi tra il pubblico: una scena inedita a Firenze, dove l’integrazione per ora non passa sicuramente dai teatri o dai cinema. Un’occasione insomma per riflettere non solo su uno spaccato di Cina ma anche su uno spaccato dell’Italia: come è e come potrebbe essere. Perchè ammettiamolo: viviamo fianco a fianco con la comunità cinese da decenni, eppure la maggior parte di noi ne ignora in larga parte i riferimenti culturali che spesso arrivano in Italia al limite tramite il cinema. Invece credo che come me molti di noi ignorino il romanzo di Lao She da cui è tratto il libretto – anche perchè in Italia è stato tradotto nel ’48 dalla versione inglese e mai più ripubblicato, questo la dice lunga. In compenso l’opera, soprattutto quella italiana, gode di una certa popolarità in Cina: basta dare uno sguardo al sito del NCPA per rendersene conto.


Scheda dello spettacolo

IL RAGAZZO DEL RISCIÒ

di Guo Wenjing

Libretto Xu Ying dal romanzo di Lao She, “Luotuo Xiang zi” (1937)

Musica di Guo Wenjing

Direttore  Zhang Guoyong

Regia e scenografia  Yi Liming

Costumi  A Kuan

Luci  Wang Qi

Cast principale

Xiang  Zi Han Peng / Jin Zhengjian

Hu Niu  Sun Xiuwei / Zhou Xiaolin

Xiao Fuzi  Song Yuanming / Li Xintong

Liu Siye  Tian Haojiang / Guan Zhijing

Er Qiangzi  Sun Li / Wang Hexiang

Caporale  Sun Liang Yufeng

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