“Il Cinquecento a Firenze” a Palazzo Strozzi

Pontormo (Jacopo Carucci) Deposizione (particolare)

 “Il Cinquecento a Firenze” è l’attesissimo appuntamento che conclude il ciclo di mostre che Palazzo Strozzi ha dedicato alla “maniera”. La mostra è stata inaugurata pochi giorni fa e sarà visitabile fino al 21 Gennaio 2018.  Oltre 70 capolavori riuniti per la prima volta, molti dei quali restaurati per l’occasione per approfondire il clima artistico del secondo Cinquecento. Un’occasione per guardare con nuovi occhi a questo periodo, sempre in bilico tra il rigore teologico della Controriforma e il trionfo espressivo del manierismo, tra sacro e profano.

Come spesso accade per le mostre allestite a Palazzo Strozzi anche questa può essere apprezzata su più livelli. L’esposizione riesce infatti a coniugare il rigore scientifico con la pura e semplice bellezza delle opere del tardo Cinquecento.

Il Cinquecento a Firenze è uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Non solo per la quantità di capolavori in mostra – comunque 70 opere non sono poche. E nemmeno perché Palazzo Strozzi allestisce sempre mostre di alto livello. No, questo “Cinquecento” ha proprio qualcosa di speciale.

Prima di tutto la mostra chiude il ciclo espositivo dedicato alla “Maniera” cominciato nel 2010 con la mostra su Bronzino e proseguita nel 2014 con Pontormo e Rosso Fiorentino. Come è stato ricordato anche in conferenza stampa una programmazione di lungo periodo come questa non è comune in Italia. E anche la coerenza dei percorsi è inusuale: è come se si trattasse di un’unica grande mostra divisa in tre capitoli.

Da notare che “Il Cinquecento a Firenze” chiude idealmente un altro ciclo. L’attività espositiva di Palazzo Strozzi inizia nel 1940 proprio con la Mostra del Cinquecento Toscano. Nel 1980 l’arte del XVI secolo è ancora protagonista nella storica mostra Il primato del disegno. Nell’intenzione dei curatori Il Cinquecento a Firenze completa un percorso – espositivo e di studi – iniziato oltre 70 anni fa.

Altro motivo di interesse è la riunione per la prima volta delle tre celebri deposizioni di Pontormo, Rosso Fiorentino e Bronzino in una stessa sala. Non solo l’opera di Bronzino torna momentaneamente a casa dopo circa 5 secoli a Besançon – di per sé un avvenimento – ma finalmente studiosi e appassionati confronteranno per la prima volta tre pietre miliari della storia dell’arte, unite tra loro in modo strettissimo, in un’unica sede. Insomma, una cosa da sindrome di Stendhal.

La seconda sala della mostra “Il Cinquecento a Firenze” dove sono riunite per la prima volta le tre deposizioni: quella di Volterra, di Rosso Fiorentino (sinistra), quella di Pontormo per la cappella Capponi della Chiesa di S. Felicita a Firenze (centro) e quella di Besançon dipinta da Bronzino originariamente per la Cappella di Eleonora di Toledo situata in Palazzo Vecchio.

Tra le tre pale quella più attesa è forse la Deposizione di Pontormo, normalmente collocata nella cappella Capponi della chiesa fiorentina di Santa Felicita. L’opera arriva in mostra dopo un accurato e attesissimo restauro. Come mi ha fatto notare la blogger e storica dell’arte Alexandra Korey, grazie al restauro possiamo ad esempio vedere ombre e volumi mai immaginati. Se siete curiosi riguardo a questo restauro vi consiglio di leggere il post di Alexandra – in inglese – frutto di un incontro con i restauratori.

Ricordiamo inoltre che sono ben 17 le opere restaurate espressamente per questa occasione e che finalmente si mostrano al pubblico in una nuova luce.

Uno sguardo nuovo alla Controriforma

Infine la mostra è speciale anche per un altro motivo: la chiave di lettura innovativa proposta per il tardo Cinquecento. La seconda parte del XVI secolo infatti è dominato culturalmente dal clima della Controriforma. Lo stesso concilio di Trento si svolge esattamente nella parte centrale del secolo – dal 1545 al 1563.

Nell’immaginario collettivo la Controriforma è un periodo di chiusura, una sorta di “crepuscolo” nel quale lentamente si inabissano la libertà e le innovazioni del Rinascimento. Già il termine “contro” rimanda a  una volontà reazionaria rispetto alla “novità” protestante.

In realtà – suggeriscono Natali e Falciani – si dovrebbe parlare più di una Riforma Cattolica. Una riforma che porta un fortissimo rinnovamento nella Chiesa, ma anche nell’arte. Cambia il modo di coinvolgere i fedeli e anche la disposizione delle Chiese che devono adattarsi al nuovo corso. Cambia anche la modalità di rappresentazioni di temi sacri, con un’insistenza sui temi della deposizione e del mistero eucaristico. L’impegno era volto a ribadire la posizione della Chiesa di Roma riguardo alla reale presenza del corpo di Cristo nel rito eucaristico – uno dei punti alla base dello scisma.

“Il Cinquecento a Firenze”: chiavi di lettura

Il Cinquecento a Firenze è potenzialmente una mostra per un pubblico vasto. Ma è anche una mostra che può essere apprezzata solo se ci si approccia con una mente aperta, senza aspettarsi stereotipi e opere feticcio. Questo significa che è una mostra che può essere visitata anche da chi non ha conoscenze approfondite, a patto di non prenderla come una mostra “mordi e fuggi”. Al contrario è un’esposizione articolata e con un chiaro intento didattico. In altre parole uscirete di qui sapendo qualcosa in più di quando siete entrati. E vi pare poco?

Prima di tutto il focus qui non è sui grandi artisti che fanno di solito da richiamo nelle grandi mostre . Non che questi manchino totalmente: le prime due sale sono interamente dedicate ai “Maestri”, coloro che nella prima metà del secolo posero le basi della “Maniera”. E si tratta di nomi del calibro di Michelangelo, Andrea del Sarto, Pontormo, Rosso Fiorentino e Bronzino. Artisti che non si possono ignorare, non perché universalmente noti, ma perché punti di riferimento per le generazioni successive.

La prima sala della mostra Il Cinquecento a Firenze

La prima sala della mostra

Ma le opere delle prime due sale sono solo il pretesto svelare una selezione di opere di artisti più noti agli studiosi che non al pubblico. Per dirla con le parole dei curatori:

Un azzardo che s’è accettato nella fiducia che, nonostante il conformismo della nostra età, le indubbie qualità poetiche di pittori e scultori misconosciuti avrebbero alla fine prevalso sui luoghi comuni. Azzardo pericoloso, ma meritevole d’essere affrontato, nella convinzione che una mostra debba essere bella e insieme capace d’offrire pensieri e opportunità di riflessione a visitatori consapevoli, mai da noi immaginati come consumatori di prodotti di moda dispensati da un’industria che s’autodefinisce culturale.

L’idea quindi è quella di fornire un quadro suggestivo – anche se per forza di cose non esaustivo – del clima culturale e intellettuale del tardo Cinquecento. Un periodo che oltre alle riflessioni teologiche della Controriforma, al tribunale del Santo Uffizio e l’Indice dei libri proibiti, ha prodotto uno straordinario fermento artistico e culturale.

E come si può raccontare tutto questo senza risultare pedanti? Puntando sul coinvolgimento emotivo.

Proverete stupore entrando nella sala che riunisce le tre deposizioni di Rosso Fiorentino, Bronzino e Pontormo.
Vi sentirete sopraffatti dalle enormi pale  d’altare che incombono sul visitatore nella sala 3.
Non potrete non incuriosirvi osservando i ritratti della sala 4 e le opere dello Studiolo ideale della sala 5.
E forse rivedrete un po’ delle vostre convinzioni sul rigore della Controriforma osservando i temi sensuali delle allegorie della sala 6.
Infine uscirete dalle ultime due sale con la consapevolezza che quanto avete visto è il preludio naturale alla luce e allo sfarzo del ‘600.

Se poi siete appassionati di storia dell’arte e oltre all’aspetto emotivo volete approfondire i dettagli, vi consiglio di dare uno sguardo al catalogo prima di recarvi alla mostra. Il catalogo è stato concepito per essere non solo un oggetto bello da sfogliare, ma anche un punto di riferimento per gli studiosi.

“Lascivia” e “Divozione”

Se da un lato la Controriforma produrrà l’Inquisizione e la messa all’Indice di libri e teorie scientifiche, dall’altro darà inizio a un’epoca di grande creatività. Le opere in mostra testimoniano di una magnifica esplosione di luce e colori, preludio al Barocco. La mostra si chiude infatti con opere che sono ormai a tutti gli effetti seicentesche, come il Martirio di san Giacomo e Josia del Cigoli e l’altorilievo marmoreo San Martino divide il mantello col povero di Pietro Bernini, originario di Sesto Fiorentino e padre della “star” del Barocco romano Gian Lorenzo Bernini. Suggerendo, nemmeno tanto velatamente, che gli sfarzi romani abbiano un’origine da ricercare nel centro Italia.

La seconda metà del Cinquecento è comunque un periodo caratterizzato da contrasti, o meglio da tensioni tra poli opposti – un po’ come succede con l’energia elettrica. La raffinata cultura rinascimentale, che mischia temi sacri e profani, sembra esplodere, dando vita ad accostamenti e giustapposizioni a volte poco comprensibili per noi contemporanei.

Emblema di questo clima è il giardino della Villa “il Riposo” del mecenate Bernardo Vecchietti, dove nello stesso giardino convivano la Fata Morgana scolpita dal Giambologna – visibile in mostra – e un affresco rappresentante Cristo e la Samaritana. A noi donne e uomini del XXI secolo può sembrare uno strano mix di sensualità e sacralità – di “lascivia” e “divozione” per usare le parole dei curatori. Ma per il committente era una raffinata riflessione sul tema dell’effimero – l’acqua che sgorga dalla conchiglia della fata disseta solo superficialmente – e l’eterno – “chi beve dell’acqua che io gli darò” dice Cristo nell’episodio descritto dall’affresco “non avrà mai più sete” (Gv 4, 13-15).

Giambologna, Fata Morgana

Giambologna, Fata Morgana, 1572, marmo, cm 99 x 45 x 68.
Collezione privata, Courtesy of Patricia Wengraf Ltd.

La costante tensione tra sacro e profano  si riassume perfettamente nell’altra figura simbolo del tardo Cinquecento Fiorentino: Francesco I. Francesco fu il Granduca appassionato di scienze naturali ed alchemiche che non esitò a ordinare che nelle chiese fiorentine venissero attuate le disposizioni del Concilio di Trento. Lo stesso Francesco che volle lo Studiolo e poi la Tribuna – il primo nucleo degli Uffizi  – ma anche la Grotta del Buontalenti, tre luoghi dove sacro e profano sembrano dialogare in perfetta armonia.

Ritratto di Francesco I

Alessandro Allori, Ritratto di Francesco I (particolare), 1570-1575, olio su tela, cm 185 x 98. Anversa, Museo Mayer van den Bergh, MMB.0199

Nel modello dello Studiolo, ripreso dai contemporanei di Francesco, si rispecchiano le contraddizioni e le ambizioni celebrative di una committenza colta e attenta, in grado di muoversi agevolmente tra riferimenti classici e teologia cattolica.

Dentro e fuori la mostra: la committenza e il contesto

Anche il contesto cittadino è importante per apprezzare le opere in mostra. Perché tutti questi capolavori sono frutto del particolare ambiente fiorentino. E non a caso: è a Firenze che nei decenni precedenti si era formato gran parte del pensiero moderno – politico, artistico, scientifico.

Zucchi, AmorePsiche

Jacopo Zucchi Amore e Psiche 1589, olio su tela, cm 173 x 130. Roma, Galleria Borghese, inv. 10

In merito al contesto Antonio Natali ha fornito un’indicazione chiarissima durante la conferenza stampa, e io la riporto volentieri. Il consiglio del curatore è quello di visitare la mostra una prima volta, poi visitare Firenze, soprattutto le chiese ma anche i palazzi che ospitavano le opere, e quindi ritornare a vedere la mostra una seconda volta. In questo modo non solo si potrà apprezzare la bellezza delle opere, ma anche rileggerle dopo aver compreso il contesto nel quale erano state concepite.

Sì perché inevitabilmente mostre e musei ci presentano opere fuori contesto. Alcune pale d’altare ad esempio, erano pensate come arredi per cappelle private, luoghi di culto raccolti e intimi e ad uso e consumo di committenti colti e in grado di comprenderne i messaggi teologici o filosofici. Lo stesso vale per la Fata Morgana di Giambologna. In altri casi le opere erano invece destinate alla fruizione in grandi chiese o basiliche, e si rivolgevano a un pubblico bisognoso di una comunicazione meno raffinata ma più carica di pathos. La committenza, insomma è un elemento utile per leggere alcune delle opere, create anche e soprattutto come rappresentazione di sé presso i posteri.

Così ad esempio molte deposizioni tra quelle in mostra erano concepite per essere poste in corrispondenza di un altare. In questa posizione, simbolicamente e visivamente, il corpo del Cristo deposto visto dai fedeli sovrastava il calice e l’ostia del rito eucaristico. Un modo per ribadire, secondo i dettami del Concilio di Trento, il dogma della transustanziazione. Ovviamente in un museo o in una mostra questo significato va totalmente perso, mentre nel contesto originale è perfettamente comprensibile.

Per l’esplorazione di Firenze e dei dintorni è disponibile gratuitamente la brochure Fuorimostra che – nella migliore tradizione di Palazzo Strozzi – contiene suggerimenti di itinerari per approfondire i temi in Toscana. Molte anche le occasioni, gratuite o a pagamento, per approfondire opere e temi – la lista completa e aggiornata delle attività è disponibile sul sito ufficiale.

Il Cinquecento a Firenze è quindi anche l’occasione per un turismo artistico decentrato che va oltre i luoghi e le opere famose.

Dettagli

Il Cinquecento a Firenze

Prenotazioni e attività didattiche :Sigma CSC, +39 055 2469600 – prenotazioni@palazzostrozzi.org
Orari: Tutti i giorni 10.00-20.00, Giovedì 10.00-23.00. Dalle ore 9.00 solo su prenotazione.
Accesso in mostra consentito fino a un’ora prima dell’orario di
chiusura
Informazioni: +39 055 2645155 www.palazzostrozzi.org
Biglietti: intero € 12,00; ridotto € 9,50; € 4,00 scuole

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Piazza degli Strozzi, 1, 50123 Firenze FI, Italia

Piazza degli Strozzi, 1
Firenze

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