La settimana scorsa ho avuto l’opportunità di assistere a una delle repliche de L’ora di ricevimento, spettacolo in cui Michele Placido dirige un bravissimo Fabrizio Bentivoglio. La pièce, un atto unico, andata in scena al Teatro della Pergola dal 21 al 26 Novembre, mi interessava per tanti motivi. Prima di tutto il testo è di Stefano Massini, giovane scrittore e commediografo di cui si è parlato molto negli ultimi anni, e di cui confesso di non aver mai visto uno spettacolo. Anche l’argomento mi incuriosiva, soprattutto perché la realtà delle banlieue francesi mi ha tenuta occupata per vari anni, prima per scrivere la mia tesi di laurea e poi perché ho sempre pensato che fosse un nodo cruciale per l’Europa. Infine perché mi intrigano i testi teatrali che provano a raccontare la realtà di oggi, sempre più complessa.

Il testo di Massini riguarda proprio un tema che più contemporaneo di così non si può. Lo sfondo è infatti una delle banlieue francesi che ultimamente occupano i titoli dei giornali anche italiani, soprattutto in relazione a fatti di terrorismo.

In particolare il protagonsita, il professor Ardeche interpretato da Bentivoglio, è un professore di francese che insegna in una scuola a Les Izards. Questa zona periferica e degradata di Toulouse è nota ai francesi – meno forse agli italiani – per essere stata il quartiere dove è cresciuto Mohammed Merah, il terrorista franco-algerino che nel 2012 si rese responsabile di una serie di attacchi in tutta la regione, culminati con il massacro di alcuni bambini che si trovavano all’interno di una scuola ebraica.

Scritto immediatamente dopo la serie di recenti attentati che hanno sconvolto la Francia, il testo di Massini si ispira a fatti veri – un lungo colloquio, avvenuto nel 2011, con una professoressa che realmente insegna a Tolosa – e da questi trae ispirazione per un lavoro che tenta di indagare i motivi profondi di quello che stiamo vivendo.

Lo spettacolo

Ma veniamo allo spettacolo. La vita, comprensibilmente, non è facile all’interno della scuola di Les Izards: gli alunni provengono dai background familiari, etnici e religiosi più disparati; immigrati appena arrivati convivono con ragazzi di seconda e terza generazione e ovviamente con altri di origine francese – che sembrano però la minoranza. Tutti hanno in comune un contesto degradato e famiglie per le quali i problemi sono molto legati al presente, con pochissime prospettive per il futuro. Se volessimo fare un paragone italiano pensate ala situazione socio-economica di quartieri come Scampia, e aggiungete un pizzico di diversità culturale in più.

Il professor Ardèche, forte dei suoi oltre trent’anni di esperienza in questo quartiere, sembra aver trovato un quieto vivere grazie anche a una certa rassegnazione. Lo osserviamo mentre settimana dopo settimana, anno dopo anno, durante l’ora di ricevimento settimanale, si confronta con i genitori dei suoi alunni, che vanno e vengono mentre lui resta sempre nella sua aula. Il testo è composto essenzialmente da questi confronti, spesso difficili, e dai dialoghi con l’ingenuo e vigliacco collega di Ardeche, supplente di matematica completamente impreparato alla vita nella banlieue.

Fabrizio Bentivoglio interpreta il professor Ardeche ne L’ora di ricevimento, diretto da Michele Placido, testo di Stefano Massini.

Ardeche è la perfetta incarnazione della razionalità francese – forse anche del resto d’Europa? – e del relativismo culturale portato all’estremo. Nella sua carriera infatti ha trovato un metodo infallibile per rapportarsi ai suoi studenti: per capirli li incasella in tipologie ben definite, tipi umani universali che vanno al di là della provenienza etnica o religiosa. Così in ogni classe individua al volo la campionessa (o il campione, ovviamente le etichette non fanno nemmeno distinzione di genere), il boss e il suo guardiaspalle, la rassegnata, l’invisibile – quello che a malapena noti, ma anche “panorama” – quello che sogna costantemente guardando l’orizzonte fuori dalla finestra.

E ostinatamente Ardeche continua convinto a portare nelle vite dei suoi studenti la bellezza – quella con la B maiuscola ovviamente – dei classici della letteratura francese, Rabelais in testa. Ma anche i valori universali – o presunti tali – di Voltaire. Questo nonostante i riferimenti dei suoi studenti siano palesemente altri.

Peccato però che il mondo in cui si muove Ardeche sia in larga parte impermeabile al suo approccio multiculturale e laico. Lui infatti afferma di non avere problemi con una classe composta da alunni di fede diversa: il segreto, dice, è trattare gli ebrei come fossero mussulmani, e viceversa, e comunque tutti come fossero cattolici. Ma se per lui le differenze religiose sono superabili, per i suoi studenti, o meglio per i loro genitori, queste differenze contano, e ad abbattere certe barriere non ci pensano nemmeno. C’è chi si rifiuta persino di parlare francese – mentre Ardeche ha imparato l’arabo per comunicare meglio.

Ecco quindi che in questo contesto un tema in classe che tratta di attualità diventa motivo di scontro, e il menu del ristorante per la gita scolastica si trasforma in un incidente diplomatico che forse nemmeno l’ONU riuscirebbe a dirimere, a causa dei divieti alimentari incrociati imposti dalle varie religioni.

Ecco quindi che alla fine anche Ardèche dovrà confrontarsi nel modo più drammatico con il fallimento del suo ruolo di educatore, ma anche in senso lato di una certa politica di integrazione, fatta forse solo a parole; una politica che sicuramente non è riuscita a coinvolgere gli strati di una popolazione sempre più complessa. Una sfida persa in partenza, probabilmente, in un quartiere in cui il crimine unisce gli abitanti molto più della scuola. Emblematico il dettaglio che en passant Ardeche ci rivela subito all’inizio: il ragazzo di origine ebraica che sceglie di fare da bodyguard al “boss” della classe che invece è mussulmano, una  collaborazione che in altri contesti sarebbe difficilmente immaginabile.

La mia impressione

Prima di tutto va detto che lo spettacolo funziona. La bravura di Fabrizio Bentivoglio è fuori discussione, e nelle due ore di spettacolo sparisce letteralmente per diventare in tutto e per tutto il professor Ardeche, personaggio che Massini ha tratteggiato alla perfezione. Funziona anche l’allestimento scenico, spoglio e grigio come solo una scuola di periferia sa essere – un cubo di cemento, usando le parole di Massini. La regia di Michele Placido è sicuramente all’altezza, anche se forse si sarebbe potuto dare un po’ di respiro in più al finale che – ascoltando anche i giudizi del pubblico in sala – ha lasciato qualche spettatore perplesso, forse per l’eccessiva sinteticità. E anche le caratterizzazioni dei genitori forse richiedevano qualche sfumatura in più. Bella invece la scelta di portare sul palco anche attori chiaramente di origine straniera.

Ma lo spettacolo funziona anche su un altro livello: fa riflettere su questioni sulle quali la maggior parte delle persone oggi sembra non voler riflettere. In ballo c’è una delle sfide più importanti per tutta l’Europa: l’integrazione della diversità che ormai caratterizza gran parte delle società europee. Infatti va sottolineato che questo testo non si riferisce alla realtà italiana e in questo senso riesce a passare vicino a istanze che ci riguardano fin troppo da vicino – una su tutte la proposta di legge sullo Ius Soli/Culturae – senza in realtà occuparsene mai direttamente. La questione è in un certo senso a monte, e riguarda una questione più di filosofia politica che non di attualità politica e per questo è ancora più interessante.

Una scena de L’ora di ricevimento. Il professor Ardeche a colloquio con due dei genitori dei suoi alunni.

Infatti quello che è in discussione qui è l’atteggiamento di Ardeche, che sembra rappresentare tutta la Francia e volendo spingersi oltre buona parte del pensiero occidentale. Il fallimento del prof de L’ora di ricevimento rappresenta la sconfitta di un intero approccio alla società contemporanea basata sulla volontà di integrazione, sul relativismo culturale mai considerato criticamente, sulla incapacità di gestire i conflitti identitari, che esistono anche quando non si vogliono vedere. Quella proposta da Massini è una prospettiva che si potrebbe definire “politicamente scorretta”, una provocazione destinata a spiazzare lo spettatore.

A mio avviso la riflessione che dovrebbe scaturire da questo spiazzamento dovrebbe riguardare un po’ tutti quelli che si occupano di cultura, e non solo gli insegnanti. Sì, la scuola è il punto nevralgico di qualunque percorso di integrazione, ma anche chi opera nella cultura in altri ruoli è chiamato in causa. Sicuramente occorre ripensare l’idea stessa di cultura, cercando di capire come parlare di bellezza e arte inglobando categorie “altre” e sganciandosi almeno in parte da quelle che consideriamo degli universali.

L’unica perplessità, in questo senso, è l’ambientazione francese del testo che contiene sfumature che forse non tutto il pubblico italiano riuscirà a cogliere. La situazione francese, che oggi ci appare drammaticamente vicina, è in realtà molto specifica e difficilmente paragonabile alla nostra. E non parlo solamente del fenomeno degli “stranieri” di 2a e 3a generazione, che per definizione in realtà stranieri non sono anche se spesso percepiti come tali. Questa è solo la proverbiale punta dell’iceberg, la parte visibile di una questione molto più complessa.

Il dibattito sull’integrazione in Francia si è sviluppato molto tempo fa – per forza di cose – soprattutto in contrapposizione con un atteggiamento delle istituzioni che nei decenni passati che spesso è stato più orientato verso l’assimilazione. Un dibattito che ha riguardato anche la laicità dello Stato e della società francese – soprattutto della scuola. Una laicità che forse spesso è stata usata come un ombrello sotto il quale nascondere un relativismo basato più sulla tolleranza – nel senso inteso da Voltaire – che non sulla comprensione e sul dialogo. Su tutto questo pesano come macigni le questioni della Cultura e della Lingua – scritte in maiuscolo – francesi, da considerarsi come riferimento universale non solo in Francia ma in tutto lo spazio francofono. Una questione che ha suscitato fortissimi dibattiti in ambito culturale, in una realtà in cui gli artisti e gli autori di lingua francese provenienti dallo spazio francofono sono presenti da generazioni e molto attivi. E in un paese in cui – al netto degli stranieri – parte dei cittadini proviene comunque dai Territori d’Oltremare e ha inevitabilmente modelli culturali, letterari, artistici differenti. Un contesto insomma assolutamente diverso da quello italiano, dal quale dobbiamo prendere spunto, ma a patto di usare le dovute cautele.

Scheda dello spettacolo

Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria
Fabrizio Bentivoglio
L’ORA DI RICEVIMENTO
(banlieue)
di: Stefano Massini
con: Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti, Marouane Zotti

regia: Michele Placido

scena: Marco Rossi
costumi: Andrea Cavalletto
luci: Simone De Angelis
musiche originali: Luca D’Alberto
voce cantante: Federica Vincenti

[Visto il 24/11/2017 presso il Teatro della Pergola, Firenze]

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