Da quando Gianluca Diegoli ha pubblicato sul suo blog [mini]marketing il post perché i travel bloggers non esistono, nemmeno i travel bloggers le reazioni non sono mancate. In molti hanno detto la loro e onestamente a questo punto manco solo io, quindi mi sono decisa a scrivere anch’io un post dedicato all’argomento, basato sulla mia esperienza personale. Scusate se è un po’ lungo ma l’argomento mi sta a cuore e la carne al fuoco è tanta.

Premesso che secondo me il post di Gianluca è stato comunque interpretato da molti in modo frettoloso, io non mi sento di gridare allo scandalo, e in parte condivido la sua posizione, e per la  parte che non condivido la rispetto comunque vista la sua esperienza per tutto ciò che riguarda il web. La questione è ben più ampia di come è stata interpretata da qualcuno.

Bloggers e giornalisti

Sarà che scrivo su questo blog e ho anche il famoso (o famigerato) tesserino da giornalista pubblicista, ma credo che questi due mondi possano convivere più o meno pacificamente e non ho capito proprio il motivo di certe polemiche.

Scrivo per lavoro dal 2001, come copywriter, poi come web editor: ho maneggiato i testi di altri e ne ho scritti di miei, in almeno tre lingue; ho avuto a che fare con chi voleva testi “più fashion”, “più glamour” (che qualcuno mi dica cosa significa, please)… Per usare una citazione ormai abusata “ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare”.

E poi un giorno ho scoperto il “magico” mondo dei blog, e dico blog nella loro accezione originale di “diario” dove registrare parti della propria vita. Per me il blog è ancora questo: uno spazio dove pubblicare testi liberamente, senza le costrizioni che provengono da linee editoriali più o meno rigide, dalle esigenze di sponsor, dal punto di vista di un project manager con una visione della vita molto diversa dalla mia: qui decido io cosa è “fashion” e cosa è “glamour” e questo rende il blog “magico” 😉

Lonely Traveller è nato nel 2007 quando sono partita per un viaggio che sarebbe dovuto durare un anno intero, e in questa occasione volevo comunicare a chi mi conosceva cosa stavo facendo. Poi sono tornata e ho continuato perché per me il viaggio non finisce quando torno a casa, ci sono tante altre cose da raccontare.

Ho imparato molte cose dal 2007 a oggi: ad esempio che se come giornalista devo andare ad alcuni eventi stampa, e che se ci vado devo scrivere e devo farlo con i ritmi imposti da qualche redazione, come blogger posso scegliere se partecipare o no a un blog tour, se andare o no a una fiera, se parlare o no di un prodotto e quando scriverne.

Blog = libertà

In fondo credo che oggi i blogger siano così ricercati proprio perché siamo l’alternativa a un tipo di comunicazione professionale e vincolata da regole e aspettative piuttosto rigida. Siamo proprio sicuri di voler rinunciare a questa libertà?
Me lo chiedo perché in alcuni post ho notato un’eccessiva “serietà”: sei un blogger se posti in tempo reale sull’evento, se dai scoop in tempo reale (per quello non c’erano le agenzie stampa?), se scrivi con passione ecc.
E soprattutto ho notato una certa tendenza a descriversi in relazione ai giornalisti: un blogger scrive con passione e un giornalista no, un blogger scrive delle sue esperienze e un giornalista scrive riprendendo dai comunicati stampa, e così via. Che poi significa dare per scontato che ci sia un solo tipo di giornalista, mentre accanto a chi scrive il trafiletto ripreso da un comunicato ci sono i reporter di viaggio freelance che scrivono con passione di esperienze autentiche… chi è più giornalista?

Ma tornando a noi: chi decide chi è un blogger? Chi decide che c’è un solo modo di scrivere su un blog? Secondo me nessuno. Proprio perché fare il blogger – a parte rarissimi casi – non è una professione, non c’è una regola fissa. Insomma i blogger esistono veramente, i Blogger (notare la maiuscola prego) non credo.

Ovviamente ammiro molto i blogger che nel mondo ci informano meglio delle agenzie stampa sugli eventi in tempo reale – penso a chi bloggava faticosamente dal Myanmar o durante la primavera araba – ma leggo molto volentieri chi posta una volta a settimana con dei testi di riflessione e commento e non li reputo meno blogger.

Apprezzo anchei chi scrive in modo professionale – perché magari la scrittura è il suo mestiere – ma leggo altrettanto volentieri anche chi lo fa in modo spontaneo, perché diciamocelo francamente: quando guardi il mondo “con occhio clinico”, alcune cose te le perdi proprio, chi non scrive per professione noterà altre cose. Se vado a un blog trip pensando a quale scatto renderà meglio su Instagram, forse mi perdo parte dell’esperienza – l’ha sottolineato di recente Travel to Taste nel suo post.

Dal 2007 a oggi ho avuto la fortuna di incontrare tanti blogger e la cosa bella è che ce n’è di tutti i tipi: chi lo fa a tempo perso, il tipo che “faccio cose, vedo gente” e nel frattempo ve lo racconto, chi usa il blog come trampolino di lancio per il proprio lavoro. Insomma, ognuno ha il suo stile il suo scopo comunicativo ed è proprio questo il bello: quando scrivo in questo blog per forza di cose entrano in gioco le mie esperienze, i miei gusti e sì, anche la mia professionalità. E mi piace pensare che quando mi invitano a un blog trip o mi offrono una collaborazione con qualche portale – che in genere rifiuto, per tornare al discorso sulla libertà – questo accada perché tutto ciò traspare nei post che scrivo.

Il blog tour. Si nota più se vado o se non vado?

In conclusione riguardo ai blog tour – dato che parte della polemica si è concentrata su questo argomento dopo il post di Federica  – credo come già detto da molti che passata l’ubriacatura per il blog tour tutto si ridimensionerà.
Come ho già scritto nel commento al post in questione, sicuramente c’è chi va al blog tour solo per “scroccare” il viaggio gratis, così come dall’altra parte c’è chi organizza blog tour solo perché lo fanno tutti. In fondo questi sono meccanismi che purtroppo replicano fedelmente quanto successo per l’editoria tradizionale (online e offline). Ma questo modello è ormai in agonia non c’è bisogno di criticare troppo chi cerca di cavalcare l’onda, sul web sopravvivrà chi continuerà a proporre esperienze autentiche, scritte con passione, con format innovativi, mentre chi si dedica alle classiche “marchette” non credo che avrà vita lunga. E probabilmente i blog “professionali” si tramuteranno in qualcosa più simile a un magazine.

Quello che mi sento di ripetere è: scrivere su un blog personale è un bellissimo modo per esprimere sé stessi, condividere le proprie passioni con gli altri, cerchiamo di non essere troppo rigidi e di prenderci meno sul serio.

Detto questo, una nota per i lettori di questo blog: io personalmente seleziono le collaborazioni e i blog tour in base al progetto che ci sta dietro e alla coerenza rispetto alla “filosofia” di questo blog. Poi ho una vita privata e un lavoro e non avendo ancora il dono dell’ubiquità, ad alcune cose devo rinunciare. Insomma, se mi invitate a un evento o a un blog tour e vi dico di sì è perché effettivamente credo che quello che avete da dire valga la pena di essere raccontato. Ma se vi dico di no, non pensate che sia un atteggiamento à la Ecce Bombo 😉

 

 

2 comments

  1. “Poi ho una vita privata e un lavoro e non avendo ancora il dono dell’ubiquità, ad alcune cose devo rinunciare. Insomma, se mi invitate a un evento o a un blog tour e vi dico di sì è perché effettivamente credo che quello che avete da dire valga la pena di essere raccontato. Ma se vi dico di no, non pensate che sia un atteggiamento à la Ecce Bombo ;-)”
    D’accordissimo.
    E poi certi post polemici credo esistano solo per far parlare di sè e basta. Sarà che non sopporto le polemiche inutili… vivi e lascia vivere! 😉
    Interessante il discorso sulla libertà del blog… credo anche io che sia proprio il suo bello!
    Silvia

  2. Ciao Silvia, grazie per il tuo commento. Sono contenta che tu condivida.
    Anche per me “vivi e lascia vivere” è sempre una buona regola.

I commenti sono chiusi