Arte e Territorio a Conegliano

Foto di Alexandra Korey

Questo post è la traduzione in italiano di un articolo scritto da Alexandra Korey sul suo blog Arttrav: Art and Territory in Conegliano. Ringrazio Alexandra per avermi permesso di pubblicare questo post su una mostra che rappresenta un esempio di come si possa unire un evento artistico e la promozione turistica del territorio.

In una zona o in un momento di particolare fertilità artistica ci saranno sempre delle sacche di stile legate a un luogo, geograficamente e cronologicamente delimitate e definite in base alle necessità locali. Il lungo periodo del Rinascimento è quello che conosco meglio, e per il quale questa affermazione risulta maggiormente vera: il Quattrocento Fiorentino, per esempio, è diverso in molti modi dal Cinquecento Veneziano, come pure dagli stili che appaiono in alcune aree più piccole ed isolate. Può essere affascinante osservare alcuni di questi momenti e luoghi per capire come lo stile artistico risponda a differenti stimoli.

Pordenone, Pala di Susegana, photo © Giovanni Porcellato

Spesso in Italia le mostre temporanee sono concepite per esaminare l’impatto di una, spesso piccola, parte del Rinascimento su una certa città, oppure l’influenza di un certo artista. Il mese precedente avevamo visto una mostra dedicata all’influenza del Pontormo sull’area di Empoli (vicino Firenze) e io ho sostenuto [NdT: il post è in inglese, l’argomento inoltre è stato ripreso anche su questo blog] che all’esposizione mancavano gli strumenti per spiegare quel particolare momento della storia dell’arte. Oggi invece sono emozionata nel recensire una mostra allestita a Conegliano (vicino Treviso) che fa tutto ciò che sono convinta debba essere fatto per comunicare il Rinascimento in un modo chiaro, contestualizzato ed emozionante. Consiglio caldamente “Un Cinquecento Inquieto: da Cima da Conegliano al rogo di Riccardo Perucolo.”

La mostra di Palazzo Sarcinelli che si tiene a Conegliano e nell’area circostante dal 1 Marzo all’8 Giugno 2014 si occupa dello stile artistico della zona di Conegliano, vicino Treviso, nella prima metà del Cinquecento, un periodo di fervore artistico che si spense a causa dell’influenza della Controriforma. La mostra è curata da Giandomenico Romanelli (da poco in pensione dopo essere stato per 33 anni direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia) e Giorgio Fossaluzza (professore di storia dell’arte a Verona e specialsta della famiglia di artisti dei Vivarini).

Storytelling di persone, luoghi, oggetti e tempo

Una mostra così specifica può risultare in due modi: può essere estremamente noiosa o assolutamente coinvolgente, tutto dipende da come si racconta la storia. E si tratta di una storia non da poco: una trama intricata di protagonisti che producono dipinti e poesia, una narrativa di eventi e mecenati, di luoghi strettamente collegati tra loro, committenti e progetti. Come ogni buon storytelling anche questo comprende persone, luoghi e cose (il titolo del mio recente workshop sullo storytelling per i musei), ma anche il tempo.

La cronologia nella prima stanza [Foto: Alexandra Korey]

Tempo e luogo sono il fil rouge della mostra, e le prime due stanze che incontriamo lo fanno capire chiaramente. La prima stanza presenta un pannello introduttivo, ma la maggior parte dello spazio e occupata da una cronologia sulla quale sono disposti i nomi dei vari attori che incontreremo, cominciando dall’artista prediletto dalla città, Cima da Conegliano, e terminando con la condanna al rogo, nel 1568, di un artista che non avevo mai sentito, chiamato Riccardo Perucolo, che aveva dipinto un fregio decorativo a Palazzo Sarcinelli, sede della mostra.

Il pannello spiega che la scelta della data finale non è affatto arbitraria. Il fervore del Rinascimento dentro e attorno a Conegliano comincia veramente con l’artista locale, Cima, e coinvolge altri provenienti dai dintorni, dei quali forse conoscete i più noti: Palma il Vecchio, Paris Bordon, Marco Basaiti, Francesco Beccaruzzi, Sebastiano Florigerio. A questi “locali” si unirono il Pordenone (Giovanni Antonio de’ Sacchis proveniente dalla città Friulana di Pordenone che dista 35km) e il grande Tiziano. Manca dalla lista Pomponio Amalteo, successore del Pordenone che appare nell’itinerario della mostra che si snoda in città. Questi artisti, nella prima decade del sedicesimo secolo, nel ben noto circolo umanistico di Pietro Bembo, dipingevano sia per committenti ecclesiastici che laici con uno stile vivido e una bella integrazione tra soggetto e natura, pur mantenendo uno stile leggermente differente da quello veneziano. Questo stile è provinciale, non nel senso denigratorio del termine, ma in quanto strettamente legato a una “provincia” o “territorio”.

La mappa sul pavimento della seconda stanza [Foto: Alexandra Korey]

Il luogo, il territorio, è il secondo elemento che incontriamo nel percorso della mostra, che ci conduce a una stanza il cui pavimento riproduce una mappa coeva dell’area di Conegliano. La versione originale di questa vasta mappa del 1556 è visibile poco oltre in mostra, ma in questa sala è possibile visionare un video del suo restauro, e ci si può passeggiare sopra, esaminando da vicino la relazione tra le varie città. La mappa riguarda il “Trevigiano”, un’area che non coincide con una suddivisione politica ma piuttosto con una definizione data dalla consuetudine; questa zona era ufficialmente parte della Repubblica di Venezia sin dal 1388. L’area forma un semicerchio che va dalla città di Asolo a Ovest a Ceneda (la diocesi più vicina) a est, luoghi che su una mappa moderna sembrano scollegati, ma il legame che li unisce appare chiaro invece in quella storica – si tratta di un’area unita e separata dal fiume principale, il Piave, e dai suoi affluenti minori che si estendono come piccole dita, circondata nella parte superiore dalle montagne e nella parte inferiore dalla pianura.

Dopo aver stabilito il cosa, il quando e il dove, incontriamo il “chi”. La mostra ci trascina come una sceneggiatura ben scritta, nella quale il registra zooma con una ripresa aerea per arrivare a riprendere il protagonista in una singola stanza. Non è una coincidenza se il fermento artistico si sviluppa in un periodo di parallelo fermento intellettuale, il quale è animato da tre protagonisti: Pietro Bembo, Monsignor Giovanni della Casa ed Elisabetta Querini. Sapevo dei primi due, ma lei? Querini (circa 1500-1559) era la moglie di un ricco mercante che frequentava ed influenzava gli ambienti intellettuali del Veneto. Sembra che la donna sia stata amata e abbia ricevuto regali sia dal Cardinale/poeta Bembo che dal Della Casa, che forse ricorderete per il suo divertente libro sulle buone maniere (il Galateo), ma che era anche a capo della corte dell’Inquisizione. Le biografie di queste figure sono ben riportate sul pannello e “illustrate” da ritratti su medaglie, da un ritratto dipinto di Bembo e da pubblicazioni di entrambi.

Il background biografico nella terza stanza [Alexandra Korey]

Il genere di connessioni tra i protagonisti e i luoghi che apre la mostra e ci conduce al suo interno, è piuttosto complesso. Si tratta di un argomento degno di un seminario post-laurea dedicato alla storia dell’arte, o la base per un articolo accademico. I testi della mostra sono lunghi e scritti con uno stile di livello universitario (solo in italiano). Il visitatore non può rimanere passivo; serve impegno per leggere dei testi a volte lunghi, ma non puoi interrompere la lettura perché in realtà contengono solo le informazioni essenziali necessarie per spiegare concetti complessi. Gli ingredienti per comunicare con successo un’interazione complessa tra arte e territorio sono: delle buoni testi, una cronologia, e una mappa. Un impianto che non richiede tecnologie o spese particolari.

Tesi e prove

La mostra presenta e dimostra una tesi chiara, come farebbe un buon articolo o un saggio:

il clima animato e fervente nel quale un gruppo unico di intellettuali creava, in questo territorio, una sorta di “nuova Atene” si conclude sotto i colpi dell’Inquisizione. L’“irrequietezza” e la creatività che caratterizzarono le prime decadi del Cinquecento a Conegliano lasciano il posto alla normalizzazione della cultura e alla controriforma religiosa.

Cima da Conegliano, il trittico di Nuvolé

L’introduzione è lunga ma essenziale, prepara il terreno e inizia a costruire la tesi. Le stanze che seguono sostengono la tesi, paragrafo dopo paragrafo. Alla fine incontriamo Giovanni Battista “Cima” da Conegliano che nel suo delicato trittico della chiesa di Navolé, nella minuscola cittadina di Gorgo al Monticano, rispetta lo stile che definisce l’attimo. Questo in realtà non è esplicito per noi, quindi farò del mio meglio per descriverlo: il dipinto rappresenta al centro San Martino che dona il suo mantello a un povero, San Giovanni Battista e San Pietro nei pannelli laterali; il colore ha la luminosità di un Bellini o del primo Tiziano, la forma ha qualcosa il comune con il primo Giorgione e le caratteristiche dei volti sembrano già mostrare un’influenza di Pordenone (che arriverà in questa città solo qualche tempo dopo). Queste comparazioni con altri artisti sono conclusioni che il visitatore può trarre parzialmente da quello che vedrà poi nella mostra, sebbene la categorizzazione non sia necessaria tanto quanto l’osservazione.

Francesco da Milano, fresco in the Scuola dei Battuti / photo © Elio Ciol_courtesy Rotary Club

Un’altra stanza mostra delle serie incise o intagliate da Albrecht Dürer, che furono fonti iconografiche per il ciclo di affresci di Francesco da Milano nella Scuola dei battuti, una confraternita di Conegliano che può essere visitata come parte dell’estensione di questa mostra sul territorio (ma che sfortunatamente era chiusa quando eravamo lì). Le stampe, ben conservate, provengono dalla collezione del Museo Biblioteca Archivio di Bassano del Grappa. Uno dei miei argomenti preferiti è il modo in cui le stampe hanno contribuito a diffondere e standardizzare l’iconografia e come è possibile risalire alle copie e alle influenze, quindi questo per me è stato un bel regalo. (Sull’argomento di Dürer e le copie vedi il mio articolo in inglese What the internet can learn from the printing press).

Domenico Capriolo, Adorazione

Pordenone arriva a Conegliano nel 1511, chiamato da un mecenate del posto, il Collalto. Il paese natale di Pordenone è a 35km di distanza ma lui aveva già fatto una sorta di gran tour dell’Italia – è stato uno degli artisti del suo tempo che ha viaggiato maggiormente, adattando il suo stile quando lavorava a Venezia o Roma, cosciente delle mode locali e dei desideri dei committenti. Sebbene avesse trovato lavoro in centri prestigiosi, non disdegnò mai di tornare a dipingere in luoghi come Comegliano. L’esposizione mostra come questo artista abbia influenzato lo stile di artisti locali in particolare tramite modelli figurativi visibili nell’Adorazione di Domenico Capriolo (nella collezione dei Musei Civici di Treviso), un delizioso dipinto con nonostante alcuni elementi che creano un lieve disagio (il collo iperesteso di Maria e il suo bimbo minuscolo) riesce a comunicare un’emozione strettamente connessa alla terra e alle figure che la abitano.
Le cose da qui in poi sono tutte in discesa e se i dipinti nella sala finale della mostra sono piuttosto noiosi e insoddisfacenti, questo è ben spiegato dalla tesi secondo la quale la Controriforma uccise non solo un singolo artista (l’eretico Riccardo Perucolo) ma un intero movimento artistico connesso a questo luogo specifico.

Cima da Conegliano, San Fiore polyptych, photo © Giovanni Porcellato

All’uscita ci viene ricordato che la mostra non finisce qui, ma continua lungo un itinerario circolare che attraversa il territorio, la cui visita meriterebbe un weekend dedicato. Infatti pacchetti turistici organizzati sono disponibili presso il consorzio di Promozione Turistica marca Treviso e includono una notte in hotel, cena, visita alla mostra e una degustazione di prosecco a partire da 99 euro a persona – un esempio di buona integrazione con le offerte turistiche locali.
Una mostra come questa è il risultato di un buon lavoro da parte dei curatori, unito a un’attenzione particolare per la comunicazione. Parte da una serie di informazioni complesse e le processa in modo da renderle comprensibili ed educative per un pubblico colto e interessato. Accresce l’orgoglio per la propria appartenenza locale spiegando un periodo storico con tutta probabilità non molto conosciuto dal pubblico locale o internazionale. Non solo la mostra è un modello da imitare in termine di presentazione del contenuto, ma esprime con forza il suo punto di vista riguardo alla connessione tra le arti in generale e la situazione sociale, politica e religiosa.

Dettagli e Informazioni

Un Cinquecento Inquieto
Conegliano, Palazzo Sarcinelli
March 1 – June 8, 2014
www.uncinquecentoinquieto.it

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2 comments

  1. Una bellissima collaborazione da rifare!! grazie della tua ottima traduzione… un lavorone!

  2. Grazie a te per avermi “prestato” l’articolo 🙂 Non vedo l’ora di ripetere la collaborazione!