Per quanto riguarda il mio viaggio di ritorno è stato organizzato in pochi giorni e questo mi ha fatto capire un paio di cose, magari ovvie per qualcuno, ma che non avevo considerato quando sono partita alla volta della terra dei canguri.

Prima di tutto mi sono resa conto che, sebbene tutti siamo convinti di vivere in un mondo ormai “piccolo” e che viaggiare sia una cosa alla portata di tutti, in realtà questa è una prospettiva eurocentrica; se ci si trova in Australia e si vuole prendere il primo volo per l’Europa con una certa urgenza (e con un budget relativamente limitato), occorre prima di tutto ridimensionare il concetto di urgenza. Nel senso che essere a 23 ore di volo da casa non significa necessariamente che si può tornare a casa in 23 ore. Tra disponibilità dei voli in alta stagione, coincidenze e condizioni della propria tariffa, ci possono volere 4-5 giorni (o più) per tornare in Europa. Questo se si è ad esempio in una città come Melbourne, con un aereoporto internazionale e voli giornalieri verso le maggiori città del mondo.

Nel mio caso ci sono voluti 6 giorni per volare da Melbourne a Roma via Tokyo (con scalo a Londra, ovviamente, trattandosi di un volo Qantas/British Airways). Prendendo la faccenda con filosofia posso dire che almeno sono stata 4 giorni a Tokyo. Quello è stato il momento in cui ho capito cosa vuol dire essere letteralmente all’altro capo del mondo.

Dato che quando ho dovuto decidere di tornare a casa mi stavo preparando per andare a visitare una riserva naturale nel centro del Queensland, circa 500 Km da Mount Isa, ho anche realizzato quanto siano enormi le distanze in Australia. Nella mia prospettiva di Europea, abituata a viaggiare per brevi distanze in posti densamente abitati, non avevo calcolato che fare escursioni del genere in Australia significa essere (nella migliore delle ipotesi) a 4-5 ore dal più vicino centro abitato, senza copertura cellulare, senza collegamenti aerei giornalieri con città più grandi (come Brisbane o Cairns).

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