Nelle miniere del Monte Amiata con una guida d'eccezione

L’aspetto “selvaggio” del Monte Amiata non ricorda certo il “tipico” paesaggio senese: nonostante parte di questa montagna si trovi in provincia di Siena qui non troverete i cipressi e le dolci colline della vicina Val d’Orcia; forse per questo l’Amiata è una delle zone meno conosciute della Toscana. Invece se deciderete di lasciarvi alle spalle i classici itinerari turistici questa montagna vi stupirà in tutte le stagioni, non solo perché qui troverete sapori e colori indimenticabili, ma anche perché oltre alle più ovvie attività turistiche qui potrete anche tornare indietro nel tempo con una visita alle antiche miniere. Vi ho incuriosito? Bene allora seguitemi in questa esplorazione che non ha nulla di scontato!

Il Parco Museo delle Miniere del Monte Amiata

Alle porte del paesino di Abbadia San Salvatore – che da solo merita una visita – sorge il Parco Nazionale Museo delle Miniere dell’Amiata. Qui infatti fino agli anni ’70 sorgeva una delle miniere di Mercurio più importanti d’Europa: le miniere amiatine da sole arrivarono a produrre il 50% della produzione mondiale di Mercurio.

Nata nel 1897, quando l’ingegnere tedesco Filippo Schwarzemberg scoprì in zona un enorme giacimento di cinabro, la miniera è stata in uso fino al 1974, quando il mercurio fu definitivamente messo al bando dalla comunità internazionale per la sua tossicità. In questi 80 anni di storia però le miniere hanno segnato non solo l’economia della montagna amiatina, ma anche la storia sociale: per questo il recupero delle miniere, l’apertura del museo e la valorizzazione dell’immenso archivio delle società minerarie che si sono succedute non rappresenta solo un tentativo di rilancio turistico, ma soprattutto un modo per preservare la memoria di un territorio.

Per capire l’importanza delle miniere per questi luoghi basta avere la possibilità di visitare il museo insieme a Paolo, guida storica e soprattutto uno dei pochi ex-minatori ancora in vita, che ci accompagnerà anche a visitare una delle miniere del complesso di Abbadia S. Salvatore.

Il museo

Visitare il museo è indispensabile per capire cosa voleva dire estrarre il cinabro e da questo minerale ricavare il mercurio. Grazie ad alcune tavole con i dati essenziali e a plastici che ricostruiscono l’impianto è possibile avere un’idea delle dimensioni economiche di questa attività. Al piano superiore del museo invece sono visibili gli strumenti usati tutti i giorni dai minatori per il loro lavoro: martelli pneumatici, lampade, strumenti di comunicazione nei periodi più recenti, il tutto corredato da stupende foto d’archivio.

La cosa più commovente è osservare tutto questo accompagnati dalla voce di Paolo che ci racconta la sua esperienza, da quando è entrato in miniera la prima volta a soli 14 anni – con la lampada a acetilene accesa dal padre, anch’egli minatore, e la sola compagnia del caposquadra come racconta in questa intervista – a quando ne è uscito quasi 30 anni dopo con la consapevolezza di chi ha rischiato la vita nei crolli improvvisi delle gallerie, ha perduto amici e compagni lungo la strada e ha visto gesti di eroismo quotidiano. 

La storia di questi uomini e delle loro famiglie è riassunta sui muri del museo: perché tutta la vita della comunità badenga ruotava attorno a questa attività; non a caso nella bella foto d’epoca che accoglie al primo piano i visitatori mostra tra gli altri è ritratto proprio il nonno di Paolo, minatore come il padre.

La miniera: buio, silenzio e tanta emozione

Dopo il museo è arrivato il momento di visitare la miniera: si può scegliere di visitarla a piedi – secondo me il modo migliore – o di percorrere le gallerie su uno dei trenini restaurati, gli stessi che trasportavano i minatori nel loro lavoro.

Il recupero, la bonifica e la messa in sicurezza delle gallerie sono il frutto di un lavoro immenso che oggi ci permettono di visitare questi luoghi in tutta tranquillità: nonostante questo, una volta indossato il caschetto d’ordinanza con tanto di luce sulla sommità, è difficile non provare una certa impressione prima di avventurarsi nel buio dei cunicoli.

Noi abbiamo visitato la miniera VII: aperta sul fianco della montagna, non è una delle più profonde, quindi la visita è adatta anche a chi come me non ama gli spazi chiusi. All’interno sono state ricostruite alcune scene di vita quotidiana in miniera grazie ad alcuni macchinari (veri) e dei manichini.

Già in questi corridoi, tutto sommato spaziosi, si intuisce che lavorare qui non fosse proprio una passeggiata, quindi si può a pena immaginare grazie ai racconti di Paolo la vita di chi invece scendeva fino a 400mt sotto terra, dove il calore non permette nemmeno di tenere i vestiti addosso, e dove il rischio di disidratarsi è concreto.

Per chi come noi è abituato a lavorare con gadget che ci tengono costantemente connessi, ciò che è difficile immaginare è il lavoro privo di protezioni, in un luogo dove a causa dell’umidità e dei roditori – oggi eliminati, ma un tempo dominatori assoluti del sottosuolo – era difficile portare anche un solo cavo elettrico. Pensare a ragazzi giovanissimi che entravano qui con solo una lampada ad acetilene è qualcosa di troppo distante. E forse è difficile anche capire la solidarietà profonda che legava questa comunità, dove la vita di ognuno dipendeva dai compagni.

Poi Paolo ci fa sperimentare per pochi istanti il buio e il silenzio assoluto: nemmeno un minuto, ma a me sembra un’eternità. Nessun suono – l’uscita della galleria è lontana – nessun punto di riferimento, un buio talmente fitto da non lasciare scampo. Ben felici di rivedere la luce, restiamo comunque scossi da questa esperienza: non si può immaginare niente di simile nel nostro mondo dove difficilmente possiamo fare a meno della luce.

Un po’ commossi da quello che abbiamo visto, ci avviamo all’uscita. Le ultime immagini che mi accompagnano sono il pannello con le “medaglie” dei minatori – a fine turno ogni minatore esce e appende la propria medaglia al quadro, se ne manca una vuol dire che un compagno è rimasto imprigionato e scattano le squadre di soccorso – e vicino all’entrata l’immagine di Santa Barbara, protettrice dei minatori. Impossibile non sentire un brivido lungo la schiena.

 

Info

  • Per tutte le informazioni relative alle visite guidate e per gli orari di apertura del museo visitate il sito ufficiale del Parco, molto dettagliato.
  • Se invece volete approfondire la storia di Paolo, vi segnalo il libro che ha scritto alcuni anni fa: Paolo Contorni, Il piccolo minatore, ed. Stampa 2000, 2010
  • Per chi vuole ascoltare le storie di miniera raccontate dalla viva voce dei minatori, esiste invece un intero video archivio sulla tradizione orale a cura dello stesso Parco, nel quale sono raccolte le testimonianze di chi ha lavorato non solo a Abbadia S. Salvatore ma anche a Santa Fiora, Piancastagnaio e Castell’Azzara.

Crediti Immagini

  • Copertina, immagini 2,3,4,5 di Caterina Chimenti, licenza CC.
  • Immagine 2: alcuni minatori ai primi del ‘900, insieme a un responsabile della ditta tedesca che all’epoca deteneva la concessione per lo sfruttamento della miniera. Copyright Parco Nazionale Museo delle Miniere Amaiata

 

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