In scena al Teatro Niccolini di Firenze fino al 18 Febbraio, Prigionia di Alekos porta in scena l’esperienza di Alexandros ‘Alekos’ Panagulis, e la sua lotta contro il regime dei colonelli. Un atto unico diretto da Giancarlo Cauteruccio che coinvolge lo spettatore all’interno del dramma.

Tra gli spettacoli annunciati in occasione della presentazione della stagione 2017-18 del Teatro della Toscana c’era uno spettacolo che mi incuriosiva molto: Prigionia di Alekos, tratto dal testo omonimo con il quale Sergio Casesi ha vinto il Premio Pergola per la nuova drammaturgia. Mi incuriosiva per due motivi: la scelta di un testo contemporaneo di un autore giovane, e il ritorno alla regia di Giancarlo Cauteruccio. Quindi sono stata molto contenta di poter assistere allo spettacolo che ha debuttato in Prima Nazionale al Teatro Niccolini di Firenze il 10 Febbraio.

Prigionia di Alekos, il cast al completo [Foto di Filippo Manzini]

Prima di tutto devo dire che le mie aspettative non sono state deluse: lo spettacolo è bello, potente ed estremamente attuale. La sua rappresentazione in un teatro di dimensioni ridotte come il Niccolini è poi la vera “ciliegina sulla torta”. Sì perché la regia di Cauteruccio si incentra sulla rottura di ogni barriera – fisica e metaforica – tra pubblico e attori, tra palco e platea. Un meccanismo che sicuramente riesce molto bene in un ambiente ristretto.

Lo spettacolo

Di cosa parla Prigionia di Alekos? La vicenda che fa da spunto per il testo è ovviamente la detenzione del poeta e rivoluzionario Alexandros Panagulis, conosciuto anche semplicemente con il diminutivo Alekos. Autore di un fallito attentato al capo della giunta militare dei Colonnelli (Georgios Papadopoulos), Panagulis viene arrestato e incarcerato. Durante la sua prigionia passerà oltre tre anni in una cella d’isolamento parzialmente interrata, definita non a caso “la tomba”. Durante la detenzione Panagulis scriverà alcune delle sue poesie più belle. Si dice addirittura che alcune di queste siano state scritte con il sangue, dato che era stato privato anche di carta e penna. Il testo di Casesi immagina proprio l’esperienza della privazione della libertà all’interno di questo spazio angusto e alla mercé dei carcerieri/aguzzini.

Dico che il testo “prende spunto” dalla vicenda di Panagulis perché in realtà la drammaturgia spazia ben oltre i confini del personaggio storico, per parlarci di qualcosa di più universale. La lotta di Alekos è qui da intendedere come la lotta di ogni essere umano contro la brutalità di un potere oppressivo e liberticida. Una lotta che prima ancora che fisica è soprattutto mentale e spirituale.

È questa la forza visionaria dell’arte, che attraverso la parola poetica si fa generatrice di vita, quando questa viene messa a repentaglio dall’umana inimmaginabile violenza, dalle agghiaccianti torture.
[dalle note di regia]

Lo spettacolo si ambienta su uno spazio scenico costituito da una teoria – che pare infinita – di grate sovrapposte, appoggiate su piani sconnessi quasi come macerie. Ma questo spazio non è fisico, è piuttosto una dimensione mentale. In effetti tutto lo spettacolo è un viaggio nella testa di Alekos, che per resistere alla prigionia e alle torture si affida alle sue risorse mentali. La resistenza fisica alle torture si affianca infatti a voli immaginifici, coadiuvato da presenze immaginarie – lo scarafaggio con il quale dialoga come con un vecchio amico – o del tutto simboliche e ispirate alla tragedia classica – l’indovino cieco e addirittura Caronte. Con la forza dell’immaginazione e della poesia Alekos abbatte momentaneamente le mura del carcere, come suggerito dalle lastre della scenografia che sconfinano sulle prime file della platea.

Ma il volo oltre le mura è solo momentaneo, perché puntualmente sul palco compaiono i torturatori, feroci e spietati. Tra gli aguzzini il vero antagonista di Alekos è il temibile Hazizikis – personaggio storico realmente esistito  e vero capo del manipolo responsabile delle torture a Panagulis. Al suo comando i soldati infliggono torture indicibili sul corpo del condannato. Accanto ai torturatori si muove anche il medico incaricato di mantenere in vita Alekos. Se i militari incarnano il potere violento, il medico è simbolo dei tanti che hanno solo “svolto il loro dovere” chiudendo gli occhi di fronte ai crimini di un governo ingiusto.

L’allestimento e il rapporto col pubblico

E il pubblico? Ho accennato più volte all’allestimento che tenta di “coinvolgere” gli spettatori. Non si tratta solo di un espediente estetico. Lo spettacolo in effetti non comincia sul palco ma già in platea mentre il pubblico prende posto – non voglio dirvi di più per non rovinare l’effetto sopresa. Questo, insieme alla particolare posizione del palco fa sì che per tutto il tempo la nostra posizione sia più simile a quella del medico – che appare quasi sempre nella parte bassa del palco – che non a quella di Alekos o dei torturatori. Noi insomma siamo spettatori di un dramma, ma potremmo anche intervenire: questo è un monito per ricordarci che volgere gli occhi altrove è già complicità con i carnefici.

Prigionia di Alekos, le torture di Hazizikis su Alekos [Foto di Filippo Manzini]

Prigionia di Alekos è quindi attuale più che mai: nelle ultime settimane in Italia si è parlato sempre più frequentemente inneggiare a regimi autoritari del passato, mentre in altri paesi le dittature sono ancora una realtà. E la forza di questo spettacolo – e del testo originale di Casesi – sta proprio nella capacità di parlare di tutto questo portando la discussione su un piano più alto rispetto alle semplici opposizioni elettorali. Scrive Giancarlo Cauteruccio nelle sue note di regia:

Questa drammaturgia, giustamente, fugge dal più ovvio e facile rapporto con la cronaca e si proietta nella ‘visionarietà’ e nel mito con notevole potenza. Il giovane autore crede ancora nel teatro come luogo della coscienza e della riflessione. Coglie poeticamente valori come la creatività, il pensiero, l’immaginario e, naturalmente, la poesia come reali strumenti di difesa e di lotta contro la violenza, la tortura, il sopruso, attraversando il mito moderno di Panagulis e osservandolo come un nuovo Prometeo.

 L’intero allestimento è pensato per mescolare le esperienze del teatro contemporaneo con echi del teatro classico, riuscendo a mantenere l’interesse del pubblico anche durante passaggi non facili. Un cast molto preparato – su tutti Fulvio Cauteruccio nei panni di Alekos – si adatta perfettamente alla visionarietà della regia, il tutto supportato dalle bellissime musiche di Ivan Fedele eseguite da Francesco Gesualdi.

A margine di tutto questo, una piccola questione tutta fiorentina: produrre questo spettacolo qui a Firenze ha un senso particolare. Infatti appena scarcerato – nel 1974 – Panagulis si rifugiò proprio sulle colline di Firenze, accolto da Oriana Fallaci che nel frattempo era diventata la sua compagna. Non a caso, nonostante Panagulis sia stato sepolto ad Atene, nel cimitero degli Allori è presente un cippo commemorativo accanto al quale anni dopo è stata sepolta la stessa Fallaci.

Scheda dello spettacolo

Produzione:  Fondazione Teatro della Toscana

PRIGIONIA DI ALEKOS

di: Sergio Casesi

con: Fulvio Cauteruccio, Roberto Visconti, Domenico Cucinotta, Carlo Sciaccaluga, Francesco Argirò
musica di scena e fisarmonica dal vivo: Francesco Gesualdi
voce off: Claudia Ludovica Marino

regia: Giancarlo Cauteruccio

scene: André Benaim
costumi e immagini: Massimo Bevilacqua
elaborazioni video: Alessio Bianciardi
ricerche iconografiche: Anna Giusi Lufrano
musiche: Ivan Fedele

[Visto il 11/02/2018 presso il Teatro Niccolini, Firenze]

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