Tra verità e leggenda: la chiesa dei Santi Apostoli e il fuoco sacro

Nonostante il sovraffollamento di una stagione turistica che ormai non conosce fine, a Firenze è ancora possibile trovare ancora angoli silenziosi e pieni di fascino, storie e leggende. Uno di questi è la centralissima Piazza del Limbo che ospita uno degli edifici di culto più antichi della città: la chiesa dei Santi Apostoli.

Nonostante si trovi al di fuori degli itinerari turistici, la chiesa dei Santi Apostoli non è assolutamente una chiesa qualunque. Infatti questo piccolo edificio conterrebbe addirittura una reliquia molto speciale: tre schegge provenienti dal Santo Sepolcro. Le stesse usate per l’accensione del “fuoco sacro” nel rito del Sabato Santo. La fiamma ottenuta servirà poi per l’accensione della colombina nello spettacolare “Scoppio del Carro” il giorno di Pasqua.

Oggi lo scoppio è soprattutto un’attrazione scenografica, e anche molti fiorentini hanno dimenticato origini e significato di questo rituale. Questo evento invece ci parla di terre lontane e di crociati, di miracoli e devozione. Ma anche di un modo di vivere le feste religiose condividendo le cose speciali con i propri concittadini. E tutto ruota appunto attorno a questa piccola chiesa nascosta tra le vie più eleganti della città.

La chiesa dei Santi Apostoli e i suoi tesori

Situata a pochi metri dai luoghi dello shopping fiorentino, la chiesa dei Santi Apostoli si trova letteralmente incastonata su un lato della strada che porta lo stesso nome. La piazza che la ospita oggi si trova stretta su tre lati da edifici che le sono stati costruiti intorno. Inoltre si trova più in basso rispetto alle strade circostanti – segno che si trovava qui molto prima che la sede stradale fosse rialzata a seguito della crescita della città.

La chiesa si trova in Piazza del Limbo, luogo che già da solo racconta tutta una storia. La piazza infatti era così chiamata perché anticamente ospitava un cimitero destinato ad accogliere i resti di quei bambini morti senza battesimo, le cui anime in base alle credenze medievali sarebbero stati relegati nel limbo, appunto. Sembra comunque che questo luogo, anticamente situato fuori porta, fosse già un luogo di sepoltura in un periodo precedente.

La consacrazione e la leggenda di Carlo Magno

Intorno all’XI secolo il cimitero  lasciò il posto alla chiesa che vediamo ancora oggi. Curiosamente però una targa posta all’esterno indica che sarebbe stata costruita nell’anno 805, e che alla sua consacrazione sarebbero stati presenti Carlo Magno e il paladino Orlando. Questa targa in realtà è considerata un falso storico,  perché i fatti non combaciano con le cronache. Per esempio difficilmente Orlando poteva essere testimone della consacrazione, essendo morto a Roncisvalle nel 778. Più probabilmente la menzione di Carlo Magno in questo contesto rientra nella “riscrittura” della storia cittadina fatta da Villani nel ‘300 e ripresa poi dagli storici successivi.

La porta destra della chiesa dei Santi Apostoli. La targa posta al di sopra della porta menziona la presenza di Carlo Magno alla consacrazione dell'edificio.

La porta destra della chiesa dei Santi Apostoli. La targa posta al di sopra della porta menziona la presenza di Carlo Magno alla consacrazione dell’edificio.

Invece i primi cenni storici della chiesa dei Santi Apostoli arrivano nel 1075. Del resto l’interno e la facciata sono in perfetto stile romanico fiorentino. In particolare l’uso del marmo verde di Prato è coerente rispetto ad altri edifici dello stesso periodo – anzi, c’è chi dice che proprio la piccola chiesa dei Santi Apostoli sia stata presa a modello per edifici ben più noti.

I tesori della Chiesa dei Santi Apostoli

In effetti se l’esterno dell’edificio fa pensare a una costruzione modesta, l’interno rivela tutt’altro. Proporzioni e decorazioni suggeriscono infatti una solennità discreta, adatta a un luogo di culto di un certo prestigio. Oltre alle colonne in serpentino infatti, si può ammirare un bellissimo soffitto in legno decorato e un pavimento in cui si alternano le insegne delle nobili famiglie fiorentine che hanno contribuito al mantenimento dell’edificio – come gli Acciaoli e gli Altoviti.

Tra gli arredi si notano anche un’acquasantiera in marmo di Benedetto da Rovezzano e lo stupendo tabernacolo in ceramica invetriata eseguito dai Della Robbia, che è un po’ la star di tutto l’edificio. Il tabernacolo fu realizzato nei primi anni del ‘500 su commissione della famiglia Acciaioli, ed è veramente imponente. L’insieme è rappresentato come un’edicola, affiancata da due angeli che sorreggono una corona di alloro. L’edicola è rappresentata in prospettiva e tutte le linee convergono verso la parte centrale, che di fatto è la porta del ciborio, nel quale viene conservata l’ostia.

Tabernacolo dei Della Robbia nella chiesa dei Santi Apostoli, Firenze

Tabernacolo dei Della Robbia nella chiesa dei Santi Apostoli, Firenze. [Foto: Caterina Chimenti / Lonely Traveller ]

Infine – last but not least – in una delle cappelle laterali si può ammirare l’Allegoria della Concezione del Vasari. Questo quadro fu dipinto su commissione di Bindo Altoviti e destinata proprio alla cappella familiare nella chiesa dei Santi Apostoli. L’opera è stata recentemente esposta all’interno della mostra il Cinquecento a Firenze come perfetto esempio della sintesi artistica del periodo.

Ma il tesoro di gran lunga più importante è quello custodito nella prima cappella a sinistra, vicino all’ingresso. Qui all’interno di una nicchia illuminata, è conservato il prezioso “portafuoco” decorato e il cofanetto con all’interno le pietre che secondo la leggenda provengono dal Santo Sepolcro. Queste pietre sono utilizzate in un rito molto particolare: l’accensione del “fuoco sacro” durante la notte del Sabato Santo. Fuoco che a sua volta accenderà la colombina il giorno di Pasqua.

Il portafuoco attuale, recentemente restaurato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, è realizzato in metallo prezioso e sormontato da una bellissima colomba con ali spiegate. Si tratta di un oggetto complesso, assemblato in epoche diverse. Originariamente fu commissionato dalla Parte Guelfa, quando dopo la congiura dei Pazzi la famiglia fu bandita e non poté più occuparsi della cerimonia, come era avvenuto in passato. La parte più antica pare essere proprio la colomba, di cui – come si legge anche nella scheda presente vicino alla cappella – si ha notizia già nel ‘300 nell’inventario della chiesa di Santa Maria Sopra Porta, primo luogo in cui fu custodita la reliquia. La parte centrale, con l’aquila che tiene tra gli artigli un drago, è invece quella commissionata dalla Parte Guelfa. Le braci, accese dal fuoco che scaturisce dalle pietre, sono invece sono conservate nella parte inferiore.

Ma dove tra origine questo rito così particolare? Ecco che la storia si intreccia con la leggenda.

Da Gerusalemme a Firenze: i crociati e la leggenda del fuoco sacro

L’origine infatti va ricercata nel rito cristiano ortodosso del fuoco sacro. I crociati avevano potuto osservare questo “miracolo” nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dove ancora oggi viene riproposto puntualmente alla vigilia di Pasqua.

A Gerusalemme, oggi come mille anni fa, il patriarca ortodosso alla vigilia di Pasqua, si incammina da solo, al buio, all’interno della tomba che secondo la tradizione accolse le spoglie del Cristo. Qui, al riparo dagli sguardi degli altri partecipanti, accenderebbe il cero pasquale con il fuoco sacro sprigionato dal giaciglio su cui fu deposto Gesù. A questo punto il patriarca riemerge dal sepolcro per condividere il fuoco – metaforicamente la luce del Cristo risorto che scaccia le tenebre – accendendo i ceri di tutti i presenti. Alcuni sostengono che le torce del sepolcro si accendano spontaneamente al solo apparire del fuoco sacro. La tradizione vuole inoltre che questo fuoco dal colore azzurro non provochi calore o bruciature almeno per alcuni minuti.

In rete circolano tantissimi video girati in questa occasione, ma se volete farvi un’idea questo è un servizio giornalistico disponibile su YouTube:

Alla fine del rito ogni partecipante può quindi portare a casa una parte di questo fuoco benedetto. L’origine “miracolosa” dell’accensione è stata messa in discussione più volte, ma la tradizione è antichissima e ovviamente resiste al tempo e a qualsiasi confutazione scientifica. Del fuoco sacro parlano già Gregorio di Nissa attorno al 350, e sappiamo che dal IV secolo il fenomeno era già conosciuto.

Tra leggenda e verità

E qui la leggenda si incrocia con la storia fiorentina. Si dice infatti che alcuni frammenti di pietra focaia del Santo Sepolcro sarebbero giunti a Firenze grazie a Goffredo di Buglione. Si dice infatti che il condottiero le avesse donate a Pazzino de’ Pazzi come ricompensa per il valore dimostrato da Pazzino durante la conquista di Gerusalemme. Questi infatti sarebbe stato il primo crociato a scalare le mura della città santa, incurante del pericolo, per poi farvi sventolare il vessillo crociato.

Il condizionale ovviamente è d’obbligo perché la faccenda potrebbe essere andata diversamente. Lo storico Franco Cardini, ad esempio, sostiene da tempo che le vicende dell’eroico Pazzino de’ Pazzi non siano che una fake news medievale talmente ben raccontata da essere ormai presa per vera. Inoltre molti hanno notato che difficilmente tre schegge di pietra focaia possano provenire da quello che già nel Medio Evo era considerato il Santo Sepolcro, costituito da tutt’altra pietra.

La cappella che ospita la nicchia nella quale sono conservate le pietre del santo sepolcro e il portafuoco.

Ma questo in realtà poco conta, perché la leggenda ha dato origine a una delle tradizioni più antiche della città.

Infatti, cosa si può fare con tre schegge di pietra focaia del Santo Sepolcro se non riproporre il suggestivo rito dell’accensione del fuoco sacro così come lo si era visto a Gerusalemme? Così la famiglia Pazzi cominciò a condividere questa reliquia e il fuoco – che data la sua origine non poteva essere che sacro – con i concittadini. Inizialmente affidò le schegge alla Chiesa di Santa Maria Sopra Porta, chiesa di parte Guelfa . Questa infatti era ed è tutt’ora adiacente al palazzo della fazione alla quale appartenevano i Pazzi.

Sappiamo che già nel XIII secolo il fuoco benedetto veniva acceso all’interno della Chiesa durante il Sabato di Pasqua e poi portato tra le vie della città con un carro. In questo modo i fiorentini potevano attingere alla fiamma e portare presso le proprie case un po’ del fuoco sacro.  Poi nei secoli la chiesa fu sconsacrata e le schegge trasferite nella vicina chiesa dei Santi Apostoli. Anche il portafuoco fu abbellito fino a farne un’opera d’arte, e la stessa sorte toccò al carro.

E oggi?

Già nel ‘500 l’accensione del carro era diventata una faccenda spettacolare. L’attuale meccanismo, con il carro posto fuori del Duomo e il razzo a forma di colomba che innesca l’accensione – e che simboleggia lo Spirito Santo – risale proprio a questo periodo. Lo “scoppio” fu infatti inaugurato in occasione della visita di Papa Leone X nel 1515. Da allora e fino ai primi del ‘900 in realtà gli scoppi erano 2: uno di fronte al Duomo e l’altro di fronte alla casa della famiglia Pazzi, in via del Proconsolo. Tutto questo si svolgeva alla Vigilia di Pasqua, e solo in epoca recente lo Scoppio è stato allineato con la messa della Domenica di Pasqua.

Dopo vari cambiamenti nel corso dei secoli, dal 2012 il rito del Sabato Santo è tornato alla sua collocazione orginale. Per decenni infatti la celebrazione si era spostata alla Domenica di Pasqua. Di tutto il rito, dal fuoco sacro allo scoppio parla anche Palazzeschi in Stampe dell’800 – scritto quando ancora tutto si svolgeva in una sola giornata:

“Il rito rappresenta la benedizione del fuoco. L’Arcivescovo si reca la mattina nella più antica chiesa della città, quella dei SS. Apostoli dove si conserva il fuoco benedetto, ivi lo prende per portarlo all’altar maggiore del Duomo, da dove la colombina in forma di piccione, la colombina famosa, si parte lungo un filo per andare ad accendere il carro sulla piazza davanti alla porta centrale; e sempre schizzando fuoco dalla coda ritorna all’altar maggiore.
Il vecchio carro… tirato da tre paia di buoi infioccati e adornati di specchi per la solennità, tra una gazzarra urlante di monelli, lentamente e traballando se ne viene fin sulla piazza fra il Battistero e la Cattedrale. Per il suo incedere lento e dinoccolato il popolo lo chiama “brindellone”. A mezzogiorno, quando la Messa è al “Gloria in excelsis Deo”, un pompiere salta su una scaletta simile a un gatto, e senza dare il tempo di accorgersene appicca il fuoco alla colombina che per due volte striscia infuocata lungo tutta la chiesa sopra la folla rumoreggiante. Dalla riuscita più o meno perfetta del suo volo si traggono i pronostici di fortuna o di disgrazia per l’anno corrente”.

Come assistere all’accensione del fuoco santo

Se volete partecipare, basta prepararsi per tempo. Tutto comincia alla vigilia di Pasqua alle ore 21 circa, quando il corteo storico parte dal Palagio di Parte Guelfa per dirigersi verso la vicina chiesa dei Santi Apostoli. Se volete vedere la consegna delle pietre, vi consiglio di entrare in chiesa per tempo, altrimenti rischiate di restare fuori o non vedere nulla. Qui dopo una benedizione, il corteo “prende in carico” il portafuoco con le tre pietre, per portarlo fino al Duomo con una processione spettacolare. In Duomo i fedeli attendono, al buio, in un’atmosfera che sembra sospesa. Se avete l’occasione vi consiglio di partecipare perché la cerimonia è veramente suggestiva.

La parte più interessante è proprio quella in Duomo. Dato che è difficile seguire tutto il corteo e prendere anche posto in Duomo in una delle prime file,  vi consiglio di scegliere prima cosa volete vedere e cercate di trovare un buon posto in anticipo.

Se volete avere un’idea di come si svolge tutto il corteo, sul web si possono trovare vari video, tra cui questo girato proprio nel 2017:

All’ingresso del Duomo le pietre vengono usate per accendere il fuoco in un braciere posto accanto alla porta. Uno dei tizzoni sarà poi conservato nel portafuoco, e la mattina dopo sarà usato per accendere la colombina. Grazie al fuoco del braciere, il Vescovo accende il cero pasquale ed entrando in Chiesa lascia che tutti i sacerdoti al suo seguito attingano alla fiamma per accendere le proprie candele. Questi a loro volta passeranno il fuoco ai fedeli delle prime file e così via. In questo modo l’interno del Duomo si illumina lentamente, passando letteralmente dal buio alla luce di centinaia di candele.

Se lo Scoppio del Carro ha perso quasi del tutto il collegamento con i riti pasquali, è senza dubbio nella veglia di Pasqua che si può rintracciare il senso della celebrazione fiorentina. Personalmente la cosa che mi ha sempre colpito di questo rito è il ruolo di quella che oggi chiameremmo “la società civile”. Perché il corteo che scorta le pietre non è composto da sacerdoti, ma da cittadini designati come “tutori” delle pietre. Accanto a loro ci sono ia rappresentanti della città – con tanto di Gonfalone e oggi alla presenza del Sindaco – ai quali a metà strada si uniscono i rappresentanti religiosi. In particolare oggi si tratta del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina ma in origine erano i membri della famiglia Pazzi a passare tra i fedeli con un carro da parata e distribuendo il fuoco del cero pasquale. In un certo senso è l’intera comunità – laica – che si fa custode di un elemento tanto prezioso, simbolo di resurrezione. Un residuo del passato comunale di Firenze, e forse di un modo diverso di intendere la comunità.

Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.