Sul palco del Teatro della Pergola va in scena fino al 4 Febbraio Uno zio Vanja, adattamento di uno dei testi più famosi di Čechov. Regista e interprete principale di questa particolare versione di Zio Vanja è Vinicio Marchioni, qui alla prima regia teatrale di rilievo.

Adattare un classico del teatro per renderlo più contemporaneo è sempre un’operazione delicata. In questo caso l’allestimento sposta l’azione da una piantagione della Russia di fine ‘800 per collocarla in un un teatro in rovina nell’Italia centrale, in uno dei piccoli centri colpiti dall’ultimo terremoto. Tra mura pericolanti e una desolante immobilità, si svolge la vita di chi quel teatro lo dirige: Vanja e la nipote Sonja, più il gruppo di personaggi che ruota a vario titolo attorno a questo luogo. Come la piantagione del dramma originale, anche il teatro in questione non produce più nulla: manca l’agibilità a causa dei crolli, ma si lavora comunque a una prossima stagione.

Una scena dello spettacolo [Foto: Valeria Mottaran]

Le vicende non si discostano minimamente dall’originale: la vita di Vanja e Sonia si svolge in un contesto immobile, dal quale non sembra poter crescere nulla. Un luogo in cui i crolli che si susseguono sembrano sbriciolare qualunque speranza in una vita migliore. Una vita senza vie d’uscita, insomma, nella quale quasi tutti scelgono di non agire.

La situazione precipita con l’arrivo del del professor Serebrijakov (padre di Sonja e cognato di Vanja, di cui aveva sposato la sorella, ormai morta da anni) insieme alla bella moglie Elena. Tra amori che non possono sbocciare frustrazioni mai sopite, i personaggi tratteggiati da Čechov si agitano senza mai veramente muoversi di un solo millimetro. Nessuno sembra voler cambiare la propria condizione. Il dramma si chiude infatti con il famoso monologo di Sonja, che vede per se e lo zio un futuro di lavoro e sofferenza che si ripeteranno fino al momento della morte, unica vera liberazione.

Il manifesto di Uno zio Vanja, che imita un manifesto “vintage”. In linea con l’adattamento del dramma che ambienta l’azione in un teatro in rovina

Nell’adattamento – frutto della collaborazione dello stesso Marchioni con Letizia Russo – il testo di Čechov è rispettato quasi alla lettera, pause comprese. A parte la sostituzione della piantagione con il teatro, sono identici i rapporti tra i personaggi e il ritmo della pièce originale. L’idea del teatro in rovina, insomma funziona.

Allo stesso tempo è assente qualunque riferimento preciso all’epoca in cui si svolge il dramma: ad esempio non appare né un telefono, né un televisore, e anche i costumi (di Milena Mancini e Concetta Iannelli) sembrano provenire da epoche differenti. 

Questa scelta, anticipata durante la conferenza stampa di presentazione, fa sembrare tutta l’azione sospesa nel tempo, una caratteristica che già si trova nei testi di Čechov. In altre parole potrebbe trattarsi di un qualunque teatro, situato in qualunque parte del mondo – non necessariamente in Italia – e soprattutto potrebbe trattarsi di un qualunque terremoto o disastro naturale.

L’ambientazione contemporanea

Al pubblico quindi è offerta una doppia lettura: da un lato c’è il dramma che si riferisce al qui e ora – come solo i veri classici sanno fare; ecco quindi che il tormento di Vanja si sovrappone a quello di una generazione di italiani alle prese con un paese immobile, nel quale probabilmente molte vite sono sprecate nell’attesa di  quel domani che “ci deve essere” di cui parla Sonja.

Lo stesso regista spiega così la scelta di adattare proprio Zio Vanja:

(…) questi debiti di cui si racconta nell’intreccio drammaturgico, questa proprietà che non produce più e il grano che non cresce, e soprattutto il piano simbolico che sta dietro all’immagine del grano, tutto ciò mi ha fatto pensare alla nostra condizione in Italia oggi. È la situazione culturale degli ultimi anni che mi pare in una situazione di stallo, e non dal punto di vista solamente economico, ma proprio a partire dalla creatività e dallo studio che ci deve essere dietro ad un progetto perché qualcosa riesca a crescere. Zio Vanja è un personaggio che ha 47 anni, ma si sente ormai già vecchio: ha dovuto accettare un’eredità che non ha chiesto pagando egli stesso dei debiti con la sua parte di eredità, vive in una costante percezione del fallimento, che io vedo molto simile alla mia condizione di attore e di cittadino attuale. Anche noi italiani abbiamo ereditato un debito dal passato, ed è un lascito culturale e sociale che dobbiamo necessariamente rivedere per arrivare a ricostruire il futuro. Ecco perché la mia prima idea di adattamento per Uno Zio Vanja è partita da questo concetto ed ho pensato così di spostare il luogo dell’azione.

I testi di Čechov, con la loro modernità, si prestano particolarmente a queste operazioni di “aggiornamento” in chiave contemporanea. In questo caso comunque l’aggancio con un dramma così vivo come quello del terremoto nel centro Italia rende più facile l’identificazione da parte del pubblico con un dramma che nella sua versione originale risulterebbe forse distante. In effetti la situazione delle piantagioni russe della fine del XIX secolo, potrebbe essere una premessa che non è nota a tutti. E uno degli obiettivi dichiarato di questa produzione era proprio quella di proporre Čechov anche a chi normalmente non va a teatro. Da notare che le repliche al Teatro della Pergola di Firenze fanno parte dell’abbonamento Il Teatro? #Bellastoria che si rivolge al pubblico più giovane 14 e 19 anni – e fa piacere notare che nella replica alla quale ho assistito i giovani erano tanti. Non a caso lo spettacolo ha anche una sua pagina Instagram dedicata, sfruttando anche canali di comunicazione popolari tra un pubblico under 30. 

La scelta dell’ambientazione teatrale

Dall’altro c’è una riflessione più complessa sul teatro, come attività che richiede tempo, e che vive anche grazie alle sue stesse tradizioni. Se Vanja e Sonja perdessero il teatro, non sparirebbe solo la loro fonte di sostentamento, ma anche la loro storia, e la storia di chi li ha preceduti – come la madre di Sonja, in questa versione un’attrice. Parlando dello spettacolo con i giornalisti Vinicio Marchioni ha precisato che una delle motivazioni per mettere in scena Uno Zio Vanja è stata proprio la volontà di riappropriarsi del tempo teatrale, inteso come il tempo necessario non per confezionare un “prodotto” commerciale, ma per creare uno spettacolo, con tutta la riflessione e il lavoro intellettuale e creativo che questo richiede. Infatti questa messa in scena ha avuto una gestazione abbastanza lunga, con un approfondimento dell’opera di Čechov durata ben 4 anni.

Il risultato è uno spettacolo ben concepito, in cui lo spostamento nello spazio e nel tempo non è per niente gratuito. Scene e costumi contribuiscono a creare un’atmosfera rarefatta, in cui i personaggi si muovono quasi come fantasmi, letteralmente sospesi tra la vita – che potrebbero avere – e la palude – metaforica – nella quale si trovano. Se la prima parte – corrispondente ai primi due atti – forse scorre un po’ lentamente, la seconda ha un ritmo incalzante, e scorre molto bene, per terminare con il monologo di Sonja (ben interpretata da Nina Torresi).

Una cosa mi ha colpito molto: a chi ha visto la famosa versione cinematografica degli anni ’90 di Zio Vanya adattata da Mamet, ultima regia di Louis Malle – André Gregory per la versione teatrale -, questo spettacolo farà forse uno strano effetto. Se non l’avete visto la versione doppiata è oggi è disponibile su Rai Play.
In Vanya sulla 42a strada gli attori provano su un palco in rovina, senza soluzione di continuità tra vita reale e rappresentazione. Un attimo prima gli attori si aggirano nel teatro e un attimo dopo iniziano a recitare per un pubblico che in realtà non è un vero pubblico – si tratta pur sempre di una prova. Ecco, è come se quei personaggi oggi si fossero appropriati del teatro e lo gestissero interamente, in uno strano gioco di specchi verso il pubblico.

Forse non a caso di Uno Zio Vanja è stato prodotto un documentario, che documenta tutte le fasi creative dello spettacolo, dall’ideazione alla messa in scena.

Scheda dello spettacolo

Produzione: Khora.teatro
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana

Vinicio Marchioni Francesco Montanari
UNO ZIO VANJA

di: Anton Čechov
adattamento: Letizia Russo

con: Milena Mancini, Lorenzo Gioielli, Nina Torresi, Andrea Caimmi, Alessandra Costanzo, Nina Raia

regia: Vinicio Marchioni

scene: Marta Crisolini Malatesta
costumi: Milena Mancini e Concetta Iannelli
luci: Marco Palmieri
musiche: Pino Marino

[Visto il 28/01/2018 presso il Teatro della Pergola, Firenze]

Leave a Reply